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La Nostra Storia

Questa località dell’Arcipelago di La Maddalena, per la sua storia, merita una descrizione approfondita: le cave di Cala Francese furono aperte nel 1860 in conseguenza degli importanti ed imponenti lavori di fortificazioni militari che furono edificate a cominciare dal 1850. La zona, che si trova a ridosso dello sperone roccioso di Nido d’Aquila, ha una superficie di oltre 200.000 metri quadri, su cui furono edificati magazzini, laboratori, capannoni per la lavorazione dei conci monumentali, rimessa per la locomotiva e i vagoni da trasporto, alloggi per gli scalpellini, rotaie, gru, molo d’attracco per le navi e le chiatte ecc.

Trascurando la piccola quantità estratta con metodi primitivi, nel 1870 la Banca Costruzioni di Genova, iniziava uno sfruttamento sistematico del granito di Cala Francese, assumendo in massa diverse centinaia di scalpellini importandoli dal continente e avviando, così, un meccanismo economico di notevoli proporzioni. Tra questi scalpellini, molti erano anarchici, i quali in seguito contribuirono autotassandosi a far crescere la lega dei cavatori di Villasimius, i quali poterono organizzare uno sciopero che fu soffocato nel sangue.

Questo fatto cosi triste, promosse una protesta generale, infatti, fece scoccare la scintilla del primo sciopero nazionale in Italia. Tralasciando questi fatti che appartengono alla grande storia, torniamo alla nostra cava che pochi anni dopo la sua nascita, cambiava padrone, passando dalla Banca Genovese all’ingegnere inglese Bertlin, il quale pur non avendo i giusti mezzi finanziari, era però dotato di forte senso commerciale e d’importanti amicizie nella capitale. Nel 1897, morto l’ingegner Bertlin, la concessione delle cave passa alla Società Genovese Marcenaro e Grondona, che il 31 Luglio 1901 si costituiva in società in accomandita “Esportazione Graniti Sardi”. Primo al mondo insieme con quello Norvegese, il granito decollò senza alcun problema e fu così che il numero degli scalpellini aumentò vertiginosamente. Il prodotto lavorato venne esportato in tutto il Mediterraneo e come abbiamo detto anche in America. Quotidianamente erano prodotte trecentocinquanta tonnellate di granito della migliore qualità.

Fu così che dal granito delle cave di Cala Francese scaturirono importanti lavori quali: i bacini di carenaggio di Taranto, Biserta, Palermo, Napoli, Genova e Venezia, opere portuali a Orano, Alessandria d’Egitto, Tripoli, Porto Sudan, Caen, Genova, Venezia, Crotone, i banchinamenti del Canale di Suez, il basamento della Statua della Libertà di New York ecc., pavimentazioni di vie cittadine o piazze (via Balbi e Corso Buenos Aires a Genova, piazza Venezia a Roma ecc.), ponti (Ponte Palatino e parti del Lungo Tevere a Roma, Ponte Doria a Genova, Ponte sul Po a Piacenza), gallerie e viadotti (Galleria Mazzini a Genova), fabbricati architettonicamente importanti (Palazzo della Borsa a Roma, edifici di Piazza de Pretis e via Duomo a Napoli ecc.), i monumenti dedicati a D. Guzmao di Santos (Brasile), ai caduti di Arquata Scrivia, a Garibaldi (nel primo centenario della nascita) in piazza XXIII Febbraio della Maddalena, infine il lavoro più importante della “Soc. Esportazione Graniti Sardi”, il complesso monumentale innalzato nel 1930 a Djebel Mariam (Ismailia) e intitolato alla “Difesa del Canale di Suez”.

Questo monumento è costituito da un basamento quadrangolare di m. 24 per lato e m. 2,70 in altezza, sormontato da due piloni, alti 38 metri, e ai piedi due gigantesche figure alate di 9 metri ciascuna, raffiguranti l’una l’Intelligenza portatrice della fiaccola, l’altra la Forza posta a guardia dei destini del paese. Il tutto realizzato in nudo granito, su progetto dell’Architetto Michel Roux Spitz, dallo scultore Raymond Delamarre, autore dei disegni e dei bozzetti, mentre l’esecuzione dell’opera fu effettuata da scalpellini provetti della cava. Questa rilevante fornitura di più di 2000 metri cubi di granito lavorato fatta all’estero, è detto nella pubblicazione curata dalla “Soc. Esportazione Graniti Sardi”, dalla quale sono stati tratti questi dati. L’attività estrattiva si fermò con lo scoppio della seconda guerra mondiale, e le cave mai più riaperte, lasciando le sue crepe, ma soprattutto le pegmatiti agli studiosi ed agli appassionati di mineralogia, che un po’ alla volta e per una località così piccola, scoprirono una varietà di minerali sicuramente la più ricca di tutto il territorio nazionale.

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